Arnanah – Sulle tracce di Ariano

Una nuova associazione culturale

La costituzione di un’associazione culturale risponde sempre all’intrecciarsi di motivi che risiedono nell’animo dei promotori e negl’intendimenti e finalità che ne caratterizzano l’azione e gl’interessi, con quelli che maturano nei contesti sociali.

Le finalità di Arnanah sono facilmente deducibili dall’articolo 4 dello Statuto:

“L’Associazione persegue la finalità di promuovere attività di ricerca scientifica in ogni campo del sapere, attraverso il reperimento, la conservazione, la rivalutazione, lo studio e la divulgazione degli elementi costitutivi del patrimonio culturale locale e nazionale.

Pertanto, l’Associazione si propone di:

a)-organizzare attività di formazione attraverso seminari, corsi, convegni; promuovere conferenze, mostre, dibattiti;

b)-promuovere e curare direttamente e indirettamente la redazione e l’edizione di libri e testi, nonché di pubblicazioni periodiche e multimediali anche attraverso le moderne reti telematiche;

c)-promuovere attività di conoscenza del territorio anche attraverso escursioni, viaggi e visite guidate;

d)-promuovere attività finalizzate alla conservazione del patrimonio storico, artistico ed ambientale;

e)-favorire e organizzare manifestazioni finalizzate alla conoscenza ed alla valorizzazione del territorio;

f)-promuovere iniziative ed attività di ricerca sulla storia locale e sulle relative fonti;

g)-promuovere iniziative ed attività di ricerca sulla storia locale;

i)-progettare e realizzare eventi in base alle normative regionali, nazionali ed europee;

l)-promuovere qualunque altra iniziativa finalizzata al raggiungimento degli scopi sociali, anche in collaborazione con enti, istituzioni ed altre associazioni.”

In sintesi, la ricerca storica, delle fonti e dei documenti, le iniziative per la valorizzazione del patrimonio culturale cittadino, la realizzazione di progetti finalizzati, la pubblicazione e divulgazione di testi, l’attenzione al patrimonio naturalistico e paesaggistico indissolubilmente intrecciato coi quadri storici, sono le linee generali lungo le quali s’intende procedere, senza illusioni di facile cammino, con la consapevolezza dei limiti propri di un’associazione culturale senza fini di lucro e rigorosamente apartitica; ma anche con la voglia di fare qualcosa, magari di piccolo e comunque proporzionato alle possibilità, in un contesto che si presenta quanto mai problematico per retaggi passati ed eventi presenti.

Possiamo così passare al secondo aspetto di cui parlavamo, quello dei ‘contesti sociali’, in cui confluiscono anche quelli più specificamente ‘culturali’.

Sebastiano Vassalli, nel finale del romanzo Un infinito numero, immagina che il protagonista, già al servizio di Augusto ma adesso braccato dagli uomini dell’imperatore, trovi rifugio nella Valle del Cervaro, nella Daunia che degrada verso la piana Pugliese, non lontano da Vibinum e neppure dalla megadiscarica abusiva da poco scoperta a Deliceto; dalle nostre parti, insomma. Qui riesce a sfuggire alla polizia imperiale e a vivere indisturbato nella grande fattoria che aveva provveduto da tempo a comprare con un nome falso. Il motivo per cui riesce a tanto è inscritto nei caratteri del luogo; quand’egli cerca notizie di quanto accade a Roma, nessuno sa riferirgli qualcosa di preciso; le sue insistenze generano solo gli guardi stupiti e preoccupati che si volgono ad un pazzo: “Nella valle del Cerbalo le notizie arrivano così”, echi lontani e fievoli dei rumori che agitano il cuore dell’impero. E’ la marginalità del luogo che salva il protagonista, che lo preserva da ogni ricerca. La finzione del romanzo coincide con la realtà storica: il territorio appare decaduto rispetto all’importanza che aveva avuto nell’età sannitica e nella prima età romana. Rispetto al mondo dei Romani vincitori, ciò che rimane dei Sanniti e dei Dauni è integrato per un verso, marginalizzato per l’altro.

Certamente, lo spartiacque appenninico che faceva capo ad Aequum Tuticum avrebbe conosciuto nuova importanza e centralità per i transiti lungo la via Traiana; quindi nel Medioevo e, in misura diversa e ridimensionata, nell’età moderna, con l’abitato sul Tricolle.

Nel fluttuare secolare fatto di apici e di cadute, sembra che oggi tocchi attraversare, all’interno d’un periodo depressivo, un picco negativo in cui la marginalità si veste di molteplici caratteri, l’ultimo dei quali è la designazione a pattumiera almeno regionale, nel quadro d’un degrado generale del territorio peraltro indotto anche da ‘locali’ scelte scellerate. L’assalto dei rifiuti nell’area comunale che molti secoli fa era la parte più consistente ed importante del demanio, è solo l’ultimo anello d’una catena deleteria e dalle origini endogene, che ha visto prima cadere nell’oblio uomini ed opere anche rilevanti dell’universo culturale locale, quindi cancellare buona parte della materiale memoria della città, con lo strazio del centro storico, le cui emergenze, ridotte a cumuli di macerie, prontamente discaricati nei fossi cittadini, o ridisegnate in fatture sfiguranti, sono state sottratte al paesaggio urbano. Un paesaggio urbano piegato esclusivamente all’uso cementizio e con crescenti problemi di vivibilità, connessi anche all’assoluta mancanza d’un piano; caratteristica, quest’ultima, comune al vasto agro, in cui sono sempre più cospicui i segni di dissesto idrogeologico e l’aggressione all’ambiente; un ambiente che non è soltanto il sostrato ‘naturale’ che taluni presumono di poter violentare senza conseguenze, ma anche ‘territorio’ e quindi storia, cultura, memoria, ma anche prospettiva. L’ultimo oltraggio matura nelle vicende dei rifiuti, che si trascinano da un quindicennio e dopo la SMAE e Difesa Grande riservano al territorio la discarica di Pustarza e, in direzione opposta ma a distanza egualmente vicina, quella di S. Arcangelo Trimonti; l’inferno dei rifiuti, di cui la marginalità non è l’unico motore, è quindi solo un tassello di quel mosaico distruttivo che si sviluppa per scelte locali che poco hanno a che fare con la marginalità, e che hanno comportato, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, la dissoluzione di buona parte del patrimonio storico presente nel tessuto urbano di Ariano. La compromissione della salute pubblica e la caduta di residue prospettive economiche, sono circostanze che graveranno sulle generazioni future; quella presente ha già assistito, magari senza troppa consapevolezza, alla compromissione della propria memoria collettiva.

La storia è la memoria delle comunità. La distruzione ingiustificata ed ingiustificabile dei suoi segni tangibili e l’assoluta defezione nella custodia dell’identità comunitaria sono fatti deleteri, eventi meschini, anelli d’una catena che giunge sino al degrado dei rifiuti. Si tratta di fenomeni che sono aspetti d’un più complicato quadro, nel quale pare delinearsi un decadere della città che non è colto, o è sottovalutato o addirittura misconosciuto, sebbene i suoi effetti siano quotidianamente vissuti.

Il declino della città, peraltro, è evidenziato da un dato demografico ineludibile: nel 2000, per la prima volta nella storia della città, in un anno privo di eventi catastrofici il numero dei morti ha superato quello dei nati: le due curve, sempre più vicine nello scorcio dello scorso secolo, si sono incrociate proprio nell’ultimo anno del millennio.

Nei nuovi quadri che hanno ridisegnato la città, le stesse finalità dell’associazione, che avevamo sopra riportato nel linguaggio tecnico dello Statuto, può essere riletto con maggiore chiarezza: recuperare quel che si può dell’dentità d’un territorio devastato, riscoprire e pubblicizzare le fonti e i documenti della storia, valorizzare il possibile e il superstite, promuovere nuove consapevolezze e occasioni di riflessione, favorire qualsiasi iniziativa volta a preservare il patrimonio paesaggistico e ambientale, operare per la costituzione di una rete che colleghi realtà anche lontane accomunate da caratteri ben precisi.

Senza nessun ottimismo, ma neppure travolti dall’onda del pessimismo, opereremo per quanto ci sarà possibile, in una realtà nella quale, per fortuna, non mancano segnali positivi, dalla presenza di numerose associazioni attente ai problemi della città alle grandi mobilitazioni contro le discariche.

Nella prospettiva delineata, può essere ‘riletta’ anche la natura di Arnanah come associazione culturale che privilegia la ricerca storica: la riscoperta del passato non è mai un atto fine a se stesso, ma muove sempre -anche quando ciò non sia palese- dall’esigenza di interpretare il presente, di averne ‘intelligenza’. Dal passato muovono linee storiche di grande profondità, che aiutano ad intendere quel che accade strappandolo alla quotidianità o all’eccezionalità e assegnandogli un valore più vicino a quello reale.

3 Commenti »

  1. Auguro lunga vita alla nuova Associazione Arnanah, e al suo blog omonimo.
    Con la speranza che sia sempre vigile alle necessità e alla salavaguardia al ricco patrimonio e con il costante amore per la gente di Ariano Irpino e del suo territorio.

    Commento di giovanni orsogna — Giugno 13, 2008 @ 9:09 am | Replica

  2. Che “Irpino” muoia con tutti i fili suoi!

    Commento di emiliorex — Giugno 29, 2008 @ 8:06 am | Replica

  3. vi auguro con il cuore di costruire con lo sguardo rivolto al passato tanto valore nelle giovani vite.mi viene un’idea perchè non proporre ogni anno ai giovani una settimana vissuta solo con i mezzi a disposizione, senza andare molto lontano (ANNI 1950),di quel periodo periodo? Sarebbe una cura disintossicante a costo zero!ciao ciao

    Commento di carla petretta — Luglio 22, 2008 @ 8:49 am | Replica


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